Effetto placebo

22 04 2009

Per placebo si intende ogni sostanza innocua o qualsiasi altra terapia o provvedimento non farmacologico (un consiglio, un conforto, un atto chirurgico) che, pur privo di efficacia terapeutica specifica, sia deliberatamente somministrato alla persona facendole credere che sia un farmaco necessario.

Il meccanismo d’azione del placebo è composto da molti fattori e il peso di ciascuno di essi varia a seconda della condizione, del paziente, del contesto. Anche la risposta dello stesso paziente al placebo può risultare diversa in momenti differenti.

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Ogni sostanza somministrata per curare un disturbo o per alleviare un sintomo ha effetti specifici e aspecifici. Questo spiega perché, per esempio, il mezzo di somministrazione (iniezione, sciroppo o pastiglia), colore, dimensioni e addirittura marca e prezzo di un farmaco hanno un’influenza sulla efficacia percepita.

È del 1978 la pubblicazione sulla rivista medica britannica Th e Lancet di uno studio importante, che analizzava l’effetto analgesico del placebo, dimostrando che agirebbe mediante la liberazione di endorfine, oppioidi endogeni, cioè prodotti dall’organismo stesso, che funzionano come antidolorifici naturali. Il nostro sistema nervoso li produce in seguito a particolari sollecitazioni, la somministrazione di un placebo rientra tra queste.

La liberazione di endorfine non è però l’unica componente della risposta al dolore coinvolta nell’effetto placebo. Studi successivi hanno dimostrato che il meccanismo antidolorifico del placebo è più complesso e coinvolge anche un altro mediatore chimico, la colecistochinina.

In Italia, Fabrizio Benedetti e i suoi colleghi del dipartimento di neuroscienze dell’Università di Torino hanno dimostrato che in pazienti malati di Parkinson il placebo è in grado di provocare le stesse risposte neurofisiologiche del farmaco antiparkinsoniano: in pratica una
soluzione salina è riuscita ad alleviare il tremore, come se fosse un vero farmaco.

Sebbene sia vero che il suo effetto si fa sentire maggiormente in disturbi con una forte componente psicosomatica, come ansia, depressione o colon irritabile, un miglioramento si registra anche in pazienti malati di artrite reumatoide, osteoartite, ipertensione, ulcera, angina pectoris. La risposta del paziente al placebo è fortemente influenzata da due componenti: l’aspettativa e il condizionamento; conta quindi ciò che il paziente si attende dalla cura, ma anche quello che ha sperimentato in passato. Se il paziente è fiducioso o se il precedente trattamento ha dato esito positivo, la risposta al placebo avrà maggiori possibilità di essere buona.

La relazione con il medico. È la componente che gioca il ruolo più importante nell’efficacia del placebo. Se a somministrarmi un certo farmaco è un medico di cui ho fiducia, che spiega perché farà bene e rassicura sull’andamento del disturbo, è molto più probabile che il placebo sortisca un effetto positivo. L’approccio caloroso, empatico del medico, che non si limita a prescrivere farmaci, ma è pronto ad ascoltare il paziente e curarlo nella sua interezza, è sicuramente una componente chiave nel processo di guarigione.

Il contesto: Una cura fatta in ospedale, luogo in cui il malato si sente accudito e circondato da persone competenti, funziona meglio di una cura fatta a casa. Così come un ambiente accogliente e amichevole ci fa guarire più in fretta di un contesto anonimo e freddo. Studi hanno dimostrato che pazienti ricoverati in stanze affacciate sul verde soffrono meno e vengono dimessi più in fretta di chi ha la vista su un parcheggio.

Nella sperimentazione clinica, un nuovo farmaco si giudica efficace solo se dà risultati significativamente diversi da un placebo. La sperimentazione circa l’effetto placebo avviene in doppio cieco, dove né chi compie il test – medico – né il paziente sono al corrente di quale sia il farmaco e quale il placebo.

Il placebo è comunemente usato nella ricerca per validare l’efficacia di farmaci nuovi, ma non è raro il suo impiego anche nella pratica clinica. L’uso terapeutico del placebo non è però privo di quesiti etici: è giusto “ingannare” il paziente prescrivendogli un farmaco che non è pensato per curare il suo disturbo? La risposta può essere positiva solo nel caso in cui ci si trovi di fronte a disturbi cronici per i quali i farmaci tradizionali non hanno efficacia, per le malattie per le quali non esiste una terapia di provata efficacia, per alleviare le sofferenze di pazienti che patiscono gli effetti indesiderati delle terapie.

Fonte principale: Test Salute – Vai sul nuovo sito www.saluteme.it

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One response

26 04 2009
L’agopuntura funziona « Associazione Salute

[…] La terapia è stata messa a confronto anche con una “finta agopuntura”, cioè non eseguita correttamente e non praticata nei punti tramandati dalla tradizione cinese, ma utilizzata per valutarne l’effetto placebo. […]




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